Un comunicato stampa del Comitato Referendum Acqua Pubblica (Forum dell’Acqua Bene Comune) informa che dal 24 aprile ad oggi sono state raccolte più di 250.000 firme in Italia, 13.500 in Emilia Romagna, sui tre referendum per la pubblicizzazione dell’acqua cui ha aderito il Partito Socialista Italiano e la sua Federazione Giovanile, in sintonia con la sua campagna sulle tariffe dei servizi pubblici.
Esemplare il caso del sindaco socialista di Aprilia, Domenico D’Alessio, che ha aperto una vertenza per riportare il controllo della rete idrica in mani pubbliche, così pure l'impegno di un altro sindaco socialista, Giuseppe Nanni del Comune di Granaglione (Bo).
Il primo quesito si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008 , il decreto Ronchi convertito in legge nel novembre 2009, relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
Il secondo, con l’abrogazione dell’art. 150 del D. Lgs. n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), sulla scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, non consentirebbe più il ricorso né alla gara, né all’affidamento della gestione a società di capitali, favorendo la gestione attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali.
Il terzo, per eliminare i profitti dal bene comune acqua,si propone l’abrogazione dell’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.
(http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php)
Anche le attuali vicende dell’adeguamento delle tariffe a Bologna mostrano le contraddizioni nella gestione dell’acqua, tra esigenze di risparmio idrico, difficoltà di crescenti fasce di cittadini utenti nella perdurante crisi economica, e remunerazione delle società di erogazione.
Paesi come la Francia che da tempo si erano avviati nella gestione privatistica dell’acqua stanno riconvertendosi alla pubblicizzazione. Valga il caso di Parigi, ma anche di altre importanti città transalpine.
Il Partito Democratico, pur condividendo il principio dell’acqua come bene pubblico, sembra più orientato verso la definizione di una attività di regolazione della gestione, senza esclusione, ma senza imposizione, per le soluzioni privatistiche. Mentre l’IDV intende autonomamente convocare un referendum sul solo decreto Ronchi.
Se vogliamo un carattere più generale, che coinvolge una pluralità di temi, è proprio il concetto di “bene comune”. Concetto relativamente nuovo, che esula sia dal bene demaniale, che era della tradizionale gestione pubblica, sia dal bene privato possibile oggetto di profitto, ma che deve essere ancora pienamente sviluppato, e insieme evoca diversi modi d’intendere il pubblico e la politica. Senza contare che l’acqua bene comune, cioè patrimonio inalienabile di tutti e di ogni persona, presente e futura, ha usi in processi basati sul profitto.
“Non tutto può essere merce”, antico principio delle sinistre, che un tempo aveva la propria applicazione principe al lavoro, applicato all’acqua la fa servizio ‘pubblico’ che la politica deve governare. Paradossalmente quindi richiama a suo presupposto, nella situazione attuale della politica, la necessità di una sua ‘rigenerazione’. Non coinvolge quindi soltanto il nostro rubinetto e, comunque non è poco nel caso, la sua bolletta.
Riccardo Stella
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