Federazione Giovani Socialisti Emilia-Romagna
RIVOLUZIONE RIFORMISTA
DOCUMENTO CONGRESSUALE DELLA
FEDERAZIONE DEI GIOVANI SOCIALISTI
DELL’EMILIA-ROMAGNA
Il IV Congresso Regionale della FGS Emilia-Romagna è un’occasione di rilancio del socialismo
emiliano - romagnolo in un momento di crisi economica e sociale, di crescente insofferenza e,
talora, disgusto dei giovani nei confronti della politica, vista dai più come una “cosa sporca in mano
ai soliti noti”.
Noi giovani socialisti vogliamo cercare di dar vita ad un cambiamento, di combattere
l’insoddisfazione dei nostri coetanei con proposte concrete, per dare loro la speranza di un futuro
possibile.
Potremo svolgere tale compito solo con l’elaborazione e la proposta di un progetto organico di
società, un nuovo disegno complessivo di ripensamento dell’economia nazionale.
Guardando settori della economia pubblica italiana, o più in generale voci del suo bilancio, c’è da
spaventarsi per gli sprechi, la scarsa competitività e soprattutto la mancanza di una visione
progettuale basata sugli investimenti.
Allo stesso tempo, però, il privato non riesce a proporre un modello alternativo, emancipando
l’economia nazionale dall’immobilismo del pubblico (Fiat ed il solito assente piano di investimenti
ne sono una dimostrazione chiara). Ciò avviene non per un’assenza dell’iniziativa privata in Italia
(ci rifiutiamo di credere che non ci siano più imprenditori disposti ad investire per crescere), ma per
un sistema burocratico elefantiaco e per una totale mancanza di “assistenza” (esenzioni fiscali,
detassazione del lavoro dipendente, trasparenza negli appalti pubblici) da parte dello Stato. E qui si
torna, inevitabilmente, alla solita e tragica storia del debito pubblico italiano (circa 1.900 miliardi di
euro, il 119% del P.I.L.).
A fronte di tutto questo, la politica nulla ha fatto negli ultimi 17 anni (in cui fra l’altro i socialisti
sono stati assenti... casualità?)!
Se i giovani scappano, se gli investitori non portano capitali in Italia, se nella politica estera siamo
inascoltati e derisi, è proprio a causa della mancanza di credibilità della classe dirigente che ha
governato fino a ieri il nostro Paese. Non si può dire che abbia sbagliato, perché semplicemente
NON HA FATTO! (Dante disprezzava gli ignavi talmente tanto da non contemplarli nemmeno
nell’Inferno).
Il punto è: cambiare completamente la classe politica; ma non perché la nostra generazione sia più
competente e più brava, (il che, comunque, non è da escludere) semplicemente perché i 90 minuti
regolamentari sono scaduti e non ci saranno tempi supplementari. Gli “attempati”, come Zoff al
mondiale dell’82, devono stare, al massimo, in porta: che guidino, che indirizzino e sbraitino contro
la squadra, ma che non abbiano più in mano (come i portieri) le chiavi del gioco.
Il mondo ci guarda (i confini dell’economia e della politica, ricordiamolo sempre, sono tutt’altro
che rinchiusi fra Campione d’Italia e Lampedusa) e non crede più che i politici che hanno governato
nell’ultimo ventennio siano in grado di gestire una situazione critica e in continuo mutamento.
Ciò che vorremmo è un Paese che ascolti la Politica, che non la odi o le si inchini supinamente, ma
che si relazioni con essa e, alla fine, se la merita, le dia fiducia.
Fino a qualche giorno fa abbiamo assistito ad uno squallido teatrino, incentrato tristemente su
personalismi esasperati, futili dissertazioni su alleanze tra partiti, gossip basati sulle relazioni tra il
Presidente del Consiglio e le varie escort, veline, soubrette o con faccendieri e arrampicatori sociali,
cambi di casacca in seguito a millantate promesse di incarichi, blasoni e ricandidature...
E per tutto questo dobbiamo ringraziare i protagonisti della politica odierna, a cominciare da quelli
che, solo tre anni fa, dovevano diventare gli unici partiti in scena: il PD e il PDL, così simili nel
nome come simile è la loro tendenza al fallimento. Incapace, il primo, di esprimere una politica
riformatrice di sinistra, lacerato com’è dalle divisioni interne che proliferano anche a causa di una
indefinitezza del progetto la cui identità è ancora sconosciuta. Limitato il secondo
dall’assoggettamento ad un unico scopo: la ricerca di soluzioni legislative per garantire l’impunità
al Capo e ai suoi luogotenenti, ammantando questi atti di un garantismo che non è neanche lontano
parente di quello che hanno sempre professato i socialisti. Molto triste è anche lo spettacolo offerto
dagli altri partiti che siedono in Parlamento: la Lega e l’IDV, le cui politiche estremistiche suscitano
il nostro disappunto, e il quartetto UDC-API-FLI-MPA, in bilico tra la tentazione di dar vita ad un
terzo polo centrista e quella di allearsi con la coalizione più gettonata.
Il sistema dell’informazione ha fatto in modo che il dibattito politico si riducesse a queste forze,
lasciando fuori tutti gli altri soggetti che non sedevano in Parlamento, con una vistosa eccezione:
Nichi Vendola, la cui fascinosa narrazione non è, in verità, sostenuta da un serio programma
politico.
Adesso che questo sistema ha mostrato la corda e ha dovuto cedere il passo ad un Governo tecnico,
affidandogli l’oneroso compito di salvarci dal baratro, è il momento di evidenziare la necessità di
introdurre quelle riforme strutturali che in Italia non sono mai state realizzate, rimanendo solo una
chimera con cui si sono riempiti la bocca i cosiddetti "riformisti", termine di cui tutti si appropriano
ma che nessuno merita, in quanto alle vuote parole non sono mai subentrati i fatti concreti.
Questo perché anche nel Centro - Sinistra abbondano di fatto i conservatori, e non è presente una
forza politica maggioritaria veramente riformatrice: è stato facile per i vari potentati economici
bloccare il progresso del nostro Paese!
Ci riferiamo al mondo industriale prima di tutto: una vera Confindustria non esiste né negli Stati
Uniti né in Gran Bretagna, mentre in Italia concerta le leggi direttamente con il Governo, con la
pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le aziende.
E se andiamo a guardare all'interno di Confindustria scopriamo che le cinque maggiori imprese
associate sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste Italiane, Enel, Telecom ed Eni. Appare,
perciò, di palmare evidenza che, senza spezzare questo denso intreccio di interessi particolari, sia
impossibile dar vita alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni di cui tanto si parla, poiché le più
urgenti riguardano proprio le aziende che svolgono i servizi pubblici essenziali come energia,
trasporti, comunicazioni.
Noi vogliamo, invece, che queste e le altre riforme necessarie siano fatte subito, e non solo e non
tanto perché a chiedercele sono le istituzioni comunitarie, com'è accaduto con la famosa lettera
Draghi - Trichet, ma perché noi giovani le sentiamo come una necessità inderogabile.
Va innanzitutto considerato che nell'attuale classe politica non siamo rappresentati, se non in
piccolissima parte. Per prendere in mano le sorti del nostro Paese, è necessario incentivare la
partecipazione di ragazzi e ragazze alla vita pubblica, e questo non può prescindere
dall'introduzione di un vero meccanismo di scelta della classe politica. La nostra proposta è chiara,
semplice e immediata: legge elettorale proporzionale con preferenze. Due sono le obiezioni
principali che vengono poste a questo sistema: elimina il bipolarismo e favorisce la criminalità
organizzata che può eleggere propri parlamentari giostrando le preferenze con il voto di scambio.
Alla prima rispondiamo: è il nostro obiettivo, in quanto questo tipo di bipolarismo ha danneggiato
l'Italia in questi diciassette anni. La seconda, davvero risibile, non tiene conto del fatto che le
preferenze sono già presenti nelle leggi che regolano l'elezione dei quartieri, dei Comuni, delle
Regioni e del Parlamento Europeo. Starà, poi, ai giovani che fanno politica trovare il coraggio di
mettersi in gara contro gli "adulti" che militano nei loro stessi Partiti, consapevoli che il futuro è
ampiamente dalla loro parte.
Ma per cambiare il sistema politico italiano non è sufficiente un cambio della legge elettorale, lo
sappiamo bene. Vanno riformate alcune importanti parti dell'impianto costituzionale, abolendo ad
esempio organi inutili previsti dalla Costituzione, come le Province e il Consiglio Nazionale
dell'Economia e del Lavoro.
E più che proporre un dimezzamento dei Parlamentari, che andrebbe a penalizzare soprattutto le
piccole forze politiche, come abbiamo visto per la riduzione dei Consigli comunali ideata dallo
scellerato Ministro Calderoli, noi chiediamo un dimezzamento dei loro stipendi e dei loro privilegi:
abolizione delle pensioni per i parlamentari (e dei vitalizi per i consiglieri regionali), obbligo di
messa in regola (con severi controlli) per i collaboratori parlamentari, che nella stragrande
maggioranza dei casi ricevono stipendi miseri e in nero, annullamento delle esenzioni per aerei,
treni, cinema, ecc.., incompatibilità tra il mandato parlamentare e l'esercizio delle professioni
intellettuali regolamentate, azzeramento dei contributi alla stampa di partito.
Innumerevoli e specifici sono i temi sui quali noi giovani socialisti dell’Emilia-Romagna abbiamo
quotidianamente dibattuto, molte cose non ci piacciono, su molti argomenti abbiamo idee e
proposte, di tanto vogliamo ancora parlare.
Abbiamo provato a tradurre in questo documento il nostro laboratorio politico, sintetizzandolo nei
seguenti cinque punti, non completamente esaustivi, certo, ma almeno esemplificativi del nostro
operato.
1. Lavoro ed economia
In questi ultimi decenni il modello capitalistico e neoliberista si è imposto con prepotenza nel
mondo dell’economia e del lavoro occidentale. Enfatizzando un mercato libero e senza regole, si è
giunti all’odierna crisi economica.
È proprio in tale quadro che dobbiamo, come socialisti, porci l’obiettivo di esaltare
contemporaneamente quei valori di libertà e quei principi di solidarietà che sono i nostri caratteri
fondanti.
Oggi l’Unione Europea sta vivendo un momento molto difficile: è sotto l’attacco della speculazione
finanziaria che si è aggiunta alla crisi economica già in atto, le scelte al suo interno sono decise da
alcuni Paesi egemoni con ricadute dirompenti nei confronti dei cittadini e dei lavoratori degli altri
Stati membri.
La situazione continentale è complessa ed eterogenea. Dopo vent’anni di politiche economiche di
stampo neoliberista i problemi della società europea restano apertissimi, con una emergenza di
portata storica: la disoccupazione giovanile che costituisce una dissipazione del nostro bene più
prezioso, la risorsa umana, colpisce in maniera diseguale accentuando disparità territoriali (tra
meridione e settentrione), di genere e generazionali.
Nell’Unione esistono differenze sensibili per quanto riguarda la sicurezza e la protezione sociale, la
legislazione sociale, le relazioni industriali e le politiche contrattuali. L’Europa non può avere come
bussola esclusivamente il mercato: lasciare ancora alle sole forze di mercato la possibilità di
decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale significa creare
ulteriore sfiducia, povertà e malcontento, con percepibili rischi per la democrazia.
Già in varie Nazioni sono nate contestazioni molto violente ma il vero vulnus della democrazia si è
manifestato con l’imposizione alla Grecia di cancellare il referendum sulle misure economiche.
Nel nostro Paese gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro
funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini. Nello stesso tempo ha
conquistato terreno il fenomeno di una nuova emarginazione sociale.
Ebbene, oggi in Italia, a causa dell’affievolirsi del senso di solidarietà, sono venuti meno quei
collanti che qualificavano la nostra comunità. Bisognerà tutti insieme riprendere il cammino per
ripristinare queste condizioni.
I socialisti in questo frangente, hanno ancora una volta l’opportunità di contribuire a dare
prospettive positive alla società, finalizzando la partecipazione a sostegno di politiche economiche e
sociali utili ad appianare gli squilibri e a ridurre le differenze.
Dobbiamo riprendere la nostra battaglia per riprecisare i contenuti di una società più giusta e più
equa in cui siano salvaguardati la persona e i diritti di cittadinanza in tutti gli aspetti: dal diritto al
lavoro al diritto alla vita; dalla sicurezza sociale e personale al ripristino del potere di acquisto e ad
un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà.
La situazione politica creatasi impone, senza indugio, una condizione necessaria: creare rapporti di
forza migliori per organizzare la difesa di tutti i lavoratori, anche di quelli privi totalmente di diritti,
come gli “interinali”, i “tempo determinato”, i “Co.Co.Co.” (collaborazione coordinata
continuativa), gli apprendisti, i precari tutti.
L’obiettivo di alcuni governi e datori di lavoro è quello di ridurre i diritti (ed i salari) a tutti i
lavoratori e di portarli il più possibile allo stesso livello dei lavoratori con pochi o, addirittura,
nessun diritto. Le ultime leggi di flessibilizzazione sono finalizzate a eliminare diritti contrattuali e
individuali per ridurre il costo del lavoro. I diritti, infatti, sono un “costo” per i datori, una quota di
salario che si vuole eliminare per conservare i profitti, ma allo stesso tempo, invece, sono uno
strumento fondamentale per difendere la propria dignità umana nei posti di lavoro, nonché la base
per garantire al meglio le condizioni collettive, sottraendo all’arbitrio padronale il potere di ricatto
sulla base del rapporto individuale tra lavoratore e titolare, dove il primo è perdente e sconfitto in
partenza.
Per impedire i licenziamenti crediamo sia opportuno: ricorrere ai contratti di solidarietà e
riconoscere gli ammortizzatori sociali ai precari ed a tutti coloro che ne sono privi.
È necessario favorire le assunzioni a tempo indeterminato, abbattendo il costo del lavoro e
riducendo le aliquote a carico delle imprese; stabilire un salario minimo d’ingresso per i giovani.
Non ci spaventa la flessibilità così come concepita da Marco Biagi... aborriamo la sua patologia, il
precariato a vita!
Infatti, dobbiamo purtroppo rilevare che gli istituti ideati dall’illustre Professore ucciso dalle
Brigate Rosse erano stati pensati in maniera diametralmente opposta alla loro effettiva applicazione.
Ciò è dovuto alla erronea trasposizione in legge delle innovazioni di Biagi ad opera dell’allora
Ministro del Lavoro Maroni e del suo collaboratore e futuro successore, Sacconi.
Il contratto a progetto è un esempio emblematico di come utili istituti possano essere
strumentalizzati in funzione elusiva o frodatoria.
Proviamo a pensare come potrebbe essere il mercato del lavoro se le norme sulla flessibilità non
fossero state così discordanti dall’idea originaria. Se la remunerazione e l’assenza di vincoli di
orario fossero stati conformi alla loro primitiva enunciazione, avremmo permesso a coloro che
ricorrevano a questo istituto di vendere la propria professionalità a diverse aziende usando le
strumentazioni delle stesse, senza alcuna necessità di comprarne delle proprie. Sarebbero lavoratori
veramente bisognosi di formazione continua e non esisterebbero corsi realizzati da enti accreditati
spesso solo per accaparrarsi risorse. Lavoratori che, se davvero assistiti e non ostacolati da Stato e
aziende, non avrebbero bisogno di tutele, potrebbero organizzare il loro tempo ed avere delle
soddisfazioni, sia economiche che professionali.
Ecco, ci piace credere che Biagi volesse liberare una parte del mondo del lavoro.
I nodi erano e rimangono il salario, l’orario di lavoro e la lotta ai contratti utilizzati in modo
distorto.
Queste tre questioni non sono state ancora davvero affrontate.
Non ci pare retorico sottolineare, inoltre, che il lavoro è un mezzo per vivere, non per morire: è
prioritario ripristinare le norme in tema di sicurezza, mediante l’aumento delle risorse umane negli
istituti preposti a vigilare la corretta applicazione delle regole; bisogna, altresì, potenziare la
formazione e l’informazione in materia di prevenzione.
Ma non possiamo nasconderci che i temi del lavoro, in queste travagliate settimane, hanno dovuto
cedere il passo, nel dibattito politico, alle riforme economiche. Il nostro Paese è, infatti, preso di
mira dagli speculatori, da un sistema basato sulla rendita finanziare e non sulla rendita produttiva,
che ha creato un'economia di cartapesta a discapito dell'economia reale.
Ormai la cosa che ci fa più paura è lo spread. Il circuito mass mediatico ha deciso di farci vivere nel
terrore dello spread, che in realtà è un semplice indicatore. Il vero nodo è che la struttura
finanziaria, ahinoi, è divenuta elemento essenziale se si vuol fare impresa e se si vogliono
conservare e incrementare i posti di lavoro. È prioritario, perciò, mettere in campo tutte quelle
misure che possano ridarci credibilità sui mercati e far scendere i nostri tassi sul debito. A quel
punto le nostre banche potranno comprare il denaro a un costo inferiore e non saranno più
fortemente penalizzate nell’accesso al mercato del credito, con le conseguenze a cascata che ne
derivano su imprese, lavoratori e famiglie.
Abbiamo bisogno di una macchina statale snella, che abbia la possibilità di prendere decisioni
veloci, che costi poco e che sia trasparente, efficace ed efficiente. Se lasciamo le cose come stanno
sarà solo una lenta agonia, e sarà inutile ogni governo tecnico.
Occorre lavorare in modo serrato. Aziende, sindacati, banche e istituzioni politiche. Tutti si
debbono adoperare affinché le misure per facilitare e finanziare la riorganizzazione del nostro
apparato produttivo siano disegno di un processo più ampio che ha come obiettivo il nostro posto
nel Mondo. Prendiamo coscienza della portata delle trasformazioni in atto e adoperiamoci di
conseguenza. Ripensiamo il nostro Paese. La portata della crisi è tale che investe trasversalmente
tutti i settori. Abbiamo tutti lo stesso problema e questo, anche se sgradevole, è comunque un
elemento di unità.
Riteniamo, innanzitutto, assolutamente necessario l’aumento della tassazione minima sulle rendite
finanziarie e immobiliari (esclusi i titoli di Stato) e sui capitali rientranti dall’estero (scudo fiscale) e
l'introduzione di un'imposta patrimoniale sui redditi alti: misure che potrebbero portare ingenti
somme nelle casse dello Stato. La strada per raggiungere equità e giustizia sociale è questa, non il
ripristino dell’ICI sulla prima casa.
Bisogna anche proporre politiche di forte contrasto alla illegalità ed alla evasione fiscale, che
possono essere attuate con un più stretto coordinamento tra Equitalia e gli enti locali: troppe sono le
sacche di evasione e di elusione nel nostro Paese. Imprescindibile, poi, riteniamo un'altra misura
fiscale che è stata sempre trascurata dalla nostra classe politica per non disturbare le gerarchie
ecclesiastiche, l'applicazione dell'ICI sugli immobili della Chiesa destinati ad uso commerciale.
2. Diritti, welfare e laicità
Le trasformazioni in campo economico, sociale, lavorativo e assistenziale che, negli ultimi anni,
hanno interessato il mercato mondiale, europeo e nazionale hanno portato ad affrontare in modo
“diverso”, sia in ambito istituzionale che all’interno dei dibattiti dottrinari, il tema della Protezione
sociale.
Notoriamente, il tratto fondamentale del sistema tradizionale di “Welfare State” si basa su
quell’insieme di interventi pubblici finalizzati a proteggere da predeterminati rischi sociali: la
disoccupazione, la vecchiaia, l’invalidità, le malattie e i carichi familiari.
Questo sistema di garanzie, pur intervenendo nel settore pensionistico, in quello sanitario e in quello
dell’erogazione dei servizi sociali, subisce, oggi più che mai, numerose critiche e giudizi di
sommarietà: i difetti attribuitigli sarebbero quelli di essere estremamente selettivo e residuale,
incapace di rispondere alle emergenti esigenze di inclusione e protezione sociale.
In particolare, il settore assistenziale, in Italia più che altrove, appare pletorico e lacunoso al tempo
stesso. Pletorico per la grande varietà di istituti che esso prevede, ciascuno rivolto a rispondere a
una diversa fattispecie di bisogno. Lacunoso perché al suo interno non trovano adeguata risposta
alcuni bisogni, ed in particolare la mancanza di reddito in quanto tale, indipendente cioè da altre
condizioni socio-demografiche.
La crisi ha avuto ovunque gli stessi esiti: l’aggravamento dell’intensità della povertà negli strati
sociali disagiati, la comparsa di figure di “nuovi poveri”, l’aumento della disoccupazione e
dell’inoccupazione (giovanile e non), la costante precarizzazione della vita.
Un recente studio del MIP del Politecnico di Milano ha sottolineato che, su quattro ragazzi presi in
una fascia di età tra i 20 e i 24 anni, uno studia, uno lavora, uno è disoccupato e cerca lavoro e il
quarto non lavora né cerca lavoro.
Quest’ultima categoria, chiamata generazione NEET (Not in Education, Employment or Training),
rischia di scivolare verso i confini del mercato occupazionale e di non contribuire mai al sistema
previdenziale. Essendo di grosso ostacolo alla ripresa economica italiana, è necessario prendere dei
provvedimenti per reinserirla in circuiti di formazione e lavoro, prima che questo fenomeno si
trasformi in disoccupazione strutturale.
Dall’ultimo rapporto Istat, emerge uno scenario italiano a dir poco desolante: alta disoccupazione,
povertà, precariato, famiglie e anziani in difficoltà, ignoranza diffusa, troppi giovani e donne in
cerca di prima occupazione, meno potere di acquisto, diminuzione di bambini e laureati.
Dall’analisi della recessione in corso, poi, si rilevano ulteriori dati critici che hanno contribuito ad
aggravare il quadro brevemente delineato: il 17% della popolazione europea (l’11% di quella
italiana) vive al di sotto della soglia di povertà relativa; l’incidenza della povertà assoluta in Italia è
pari al 4,7%; il pericolo di cadere nell’estrema povertà è maggiore per le donne, per i giovani
disoccupati e per gli “over 50”.
La situazione è preoccupante e, per ora, non sembra dare segnali di miglioramento ma, anzi, riflette,
sempre più, la condizione di ampia vulnerabilità in cui versano milioni di persone: insomma, chi
non aveva niente, non ha ancora niente e rischia di continuare ad avere niente!
A fronte del cambiamento dello stato dei bisogni sociali, l’impalcatura tradizionale del welfare state
ha ceduto, mostrando, soprattutto in tempi di crisi, chiari sintomi di inefficienza.
In questo nuovo tipo di società, la disuguaglianza non è più identificabile solo sulla base
dell’occupazione e dello stato economico: le politiche ed i servizi sociali non possono più essere
strutturati intorno a categorie predeterminate di “bisognosi di protezione”, ma devono essere capaci
di attivare una rete universalistica di inclusione sociale.
Il tema concerne la necessità di garantire ad ogni individuo, in quanto tale, un diritto, possibilmente
universale e incondizionato, al “minimo vitale”, ad un “reddito sociale minimo”, ad un “reddito di
cittadinanza” che aiuti le persone in tempi difficili della loro esistenza o che li sostenga nei periodi
di disoccupazione (non protetti dall’esigua durata degli ammortizzatori sociali), che li accompagni
verso un impiego o, semplicemente, verso una vita migliore.
Pensiamo, in sostanza, ad una tecnica di redistribuzione della ricchezza che, non più legata alla
prestazione lavorativa (divenuta eccessivamente aleatoria) ma nemmeno misura meramente
assistenzialistica, parta dal basso e non abbandoni le categorie dai “redditi zero” e “quasi zero”.
La Riforma del Titolo V della Costituzione ha previsto che le Regioni, entro i limiti della
«determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che
devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale» (art. 117, secondo comma, lett. m Cost.),
possono compiere scelte più autonome in ordine alle modalità con cui disciplinare il sistema dei
servizi sociali e garantire il soddisfacimento di tale diritto all'interno dei propri territori.
Come giovani socialisti dell’Emilia-Romagna ci siamo già attivati affinché la nostra regione trovi
forme e modi per assicurare alla platea regionale di inoccupati, disoccupati e occupati con contratto
di lavoro instabile, forme di reddito dirette ed indirette.
Non esiteremo a proseguire in questo impegno e metteremo in campo una serie di iniziative
concrete affinché, almeno sul territorio regionale, le fasce deboli della popolazione abbiano
minime garanzie di sostentamento.
Un altro argomento da non trascurare è l’inclusione sociale delle persone con disabilità: i servizi e
le prestazioni a favore di esse devono superare l’assistenzialismo per passare ad un piano di reale
inclusione sociale, valorizzando le capacità di ciascuno ed eliminando ogni tipo di discriminazione.
Vanno recepiti ed implementati i principi e le indicazioni della Convenzione Onu sui diritti delle
persone con disabilità, adeguando la legislazione regionale vigente. Particolare attenzione va posta
all’inserimento lavorativo, con la piena applicazione della legge 68/99, e all’integrazione scolastica
al fine di garantire alle persone con disabilità percorsi di continuità educativo-lavorativa e una vita
indipendente e dignitosa. Queste sono le nostre sfide che devono contaminare trasversalmente tutti
quei settori che influiscono sulla qualità della vita delle persone, dalla mobilità all’istruzione, dal
tempo libero all’urbanistica.
Servono, altresì, politiche attive sulla non autosufficienza. Ferme restando le competenze del
Servizio sanitario, lo stanziamento di risorse aggiuntive e l’istituzione di un fondo per la non
autosufficienza è una risposta politica alternativa, che deve accompagnare la rivendicazione di un
rifinanziamento adeguato del Fondo nazionale per la non autosufficienza. Per mantenere un
carattere di inclusività occorre procedere alla deistituzionalizzazione e alla permanenza a domicilio
dell’assistito.
Va ampliata, poi, l’offerta dei servizi per l’infanzia, attualmente carente, con ripercussioni negative
sull’educazione dei bambini e sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne-madri. Bisogna dar
vita a dei piani innovativi in grado di soddisfare la domanda di educazione per l’infanzia attraverso
la presenza di “asili nido pubblici” in ogni Comune.
Sul versante della laicità, riteniamo che vivere in un Paese laico significhi credere in una Italia
rispettosa del pensiero individuale. Uno Stato laico difende e tutela i comportamenti e le idee dei
suoi cittadini, siano esse maggioranza o minoranza.
La laicità, nel senso proprio del termine, non è solo individuabile nelle politiche a favore dei diritti
civili, ma è un metodo di agire e pensare basato sul dare dignità e considerazione anche alle
manifestazioni di pensiero o di azione diverse dalle proprie, purché operate nel rispetto altrui e in
piena coscienza.
Negli ultimi vent’anni il legislatore e i governi italiani si sono occupati dei diritti civili solo
marginalmente, principalmente a causa di due fattori: l’interferenza della Chiesa Cattolica e
l'assenza parlamentare di partiti laici e capaci di frenare le ingerenze esterne.
Per questo motivo sono rimaste irrisolte molte proposte politiche che nei Paesi democratici
dell'Occidente sono legge da molti anni.
E’ questo il caso della normativa sulla fecondazione assistita, in cui emerge il divieto di
fecondazione eterologa che impedisce una libera scelta della coppia.
E’ il caso del diritto di famiglia, che non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Anche l’adozione da parte di coppie omosessuali non può essere esclusa a priori dal nostro
ordinamento, in cui il principio cardine del benessere del minore adottato deve essere valutato come
preminente. Non è prevista, inoltre, in Italia, la possibilità di patti di solidarietà, impegnativi ma
diversi dal matrimonio, che pure sono richiesti a gran voce da un numero significativo di coppie
conviventi.
E’ il caso inoltre delle normativa sul testamento biologico e sull'eutanasia, leggi di buon senso che
tutelano la possibilità per il malato di poter decidere come crede della sua vita.
Storicamente, nel nostro Paese, non è mai stata presente una sola ed unica confessione religiosa.
Oggi, alle minoranze storiche protestanti ed ebraiche si sono aggiunte numerose altre
confessioni, grazie non solo al raggiungimento progressivo della cittadinanza da parte di immigrati
che diventano parte della comunità nazionale, ma anche alla libera scelta di connazionali che
compiono scelte spirituali proprie e libere. Perciò è quanto mai urgente ed opportuno che si dia
operatività alle molte intese raggiunte con le confessioni religiose.
Nessun filtro di natura religiosa o culturale può limitare l’accesso alla cittadinanza italiana, che è
un diritto Costituzionalmente garantito. Per questo, occorrono provvedimenti concreti volti ad
estendere i diritti di cittadinanza agli stranieri, in particolare agli immigrati di seconda generazione,
che vivono, lavorano, studiano e pagano le tasse in Italia.
Infine, le nostre proposte non possono non toccare i temi riguardanti la Giustizia.
È risaputo che le lungaggini processuali sono causate anche e soprattutto da una mole indefinita di
vertenze arretrate da smaltire. È impensabile chiedere agli attuali organici degli uffici giudiziari di
risolvere questo annoso problema con straordinari e turni defatiganti. È necessario indire, almeno
annualmente, concorsi di magistratura per inserire giovani preparati nei circuiti della giustizia
italiana.
Quanto alla giustizia penale, dobbiamo riconoscere che l’attuale codice di procedura, introdotto nel
1989 ha bisogno di una profonda risistemazione: per il solo accertamento dei fatti processuali
impone numerosi e lunghi passaggi burocratici che ostano ad una celere definizione del reato. Ciò
non garantisce la certezza della pena.
3.Sanità
I “LEA”- livelli essenziali di assistenza-, dovrebbero essere garantiti dallo Stato a tutti i cittadini.
Molti di essi, a causa dei debiti accumulati dalla regione di appartenenza, rischiano di vedersi negati
i propri diritti alla salute. Si può immaginare quale sia il disagio che consegue ad una tale sommaria
razionalizzazione della spesa. E’ il caso dei piccoli ospedali di provincia, che chiudono i battenti
ogni giorno, di cui nessuno si occupa, ma che sono i punti di riferimento per tante comunità
decentrate.
Basti pensare alle incidenze di alcuni tipi di cancro come ad esempio il carcinoma al seno. Al sud il
rischio di morire per questa neoplasia è il 50% più alto. I programmi di screening che permettono di
diagnosticare tali neoplasie per tempo ne riducono fortemente la mortalità. Da un semplice esempio
emerge la differenza di servizi erogati nelle diverse regioni. E’messo in discussione il principio di
sussidiarietà, secondo il quale lo Stato si impegna ad assicurare il diritto alla salute erogando i
Livelli essenziali di assistenza laddove l’amministrazione più prossima al cittadino non ha le risorse
necessarie per provvedere da sé.
Bisogna partire da investimenti a tutto campo per avere una Sanità Pubblica moderna,
tecnologicamente avanzata, all’altezza delle aspettative del cittadino posto al centro dell’attenzione
degli organi predisposti alla tutela del bene più prezioso che abbiamo. Gli investimenti dovranno
essere rivolti a tutte quelle strutture carenti e poco decorose, interventi definitivi in coerenza con il
principio di economicità e con gare trasparenti.
Un lavoro importante tuttavia sarà quello di decimare le ospedalizzazioni, dispendiose, garantendo
servizi di prevenzione adeguati. Campagne di informazione e sensibilizzazione, programmi di
screening che coinvolgano tutti, con particolare riguardo alle categorie più deboli particolarmente
esposte ai rischi di salute.
Occorre snellire gli ospedali dagli interventi non pertinenti, soprattutto per quanto riguarda le
emergenze risolvibili in ambulatorio che non necessitano di Pronto Soccorso, creare sinergie tra la
medicina di base e le Farmacie. Accogliamo con favore l’istituzione della “Farmacia dei servizi”,
inquadrata come primo presidio sanitario di riferimento per il cittadino.
Resta fermo il carattere universalistico della Sanità italiana, un vanto della nostra Repubblica,
modello invidiabile da buona parte del mondo “occidentale” dove logiche di mercato di privati e
modelli che offrono maggiori servizi ai cittadini più facoltosi, non sono l’eccezione ma la normalità.
Questo è quello che non vogliamo. La Sanità deve restare Pubblica.
4. Istruzione e Cultura
“La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e
gratuita.”
Come ribadisce l’articolo 34 della Costituzione italiana, ogni libero cittadino ha diritto ad essere
istruito obbligatoriamente e gratuitamente. Sulla base di questi presupposti è necessario proporre
una linea programmatica basata sullo sviluppo ed il progresso dell’Istruzione italiana. Per garantire
ciò è indispensabile, dunque, creare un sistema scolastico proficuo che miri soprattutto ad offrire
pari opportunità formative ed occupazionali. Oggi, purtroppo, in seguito alle diverse riforme
adottate dall’esecutivo italiano, l’istruzione, in particolare la scuola pubblica, è ridotta ai minimi
termini. I continui tagli applicati al settore scolastico, ed in particolare alla Ricerca, hanno ridotto le
opportunità formative ed occupazionali. Le strutture scolastiche soffrono di un ridotto numero di
personale, le classi sono raggruppate con un numero eccessivo di alunni. Mentre nelle università,
giorno per giorno, aumentano le tasse e vengono ridotti i finanziamenti destinati alla Ricerca ed al
progresso istruttivo.
E’ giusto considerare alla pari i titoli dei vari livelli di scolarizzazione, senza distinzione tra
pubblica e privata; però, è necessario garantire il diritto allo studio a partire dalle scuole pubbliche.
Perciò occorre rivedere il sistema finanziario di erogazione delle risorse previste per la scuola
privata.
Quanto al settore universitario, è importante considerarlo come una parte fondamentale
dell’istruzione e formazione del singolo. Esistono tante strutture universitarie frequentate da un gran
numero di studenti fuori sede, che per motivi di studio si trasferiscono. È importante stanziare
maggiori risorse ed aiuti a coloro che non hanno ristrettezze economiche. Di conseguenza è
necessario ridurre le tasse universitarie e soprattutto intervenire nel sistema garantendo alloggi e
sussidi numericamente adeguati.
Ogni anno migliaia di studenti non riescono ad accedere alla facoltà preferita per via dei test di
ammissione. Purtroppo, anche a causa delle scelte occupazionali, per molte facoltà è, però,
necessaria una selezione ammissiva. Ma, in alcuni casi, è il sistema universitario stesso a creare di
fatto una “selezione naturale”. È necessaria, in ogni caso, una profonda revisione dei criteri di
ammissione ai corsi universitari.
La ricerca scientifica è un settore fondamentale per lo sviluppo ed il progresso di un Paese. Oggi,
purtroppo, il sistema dei tagli ha indebolito questo importante settore formativo.
Auspichiamo che venga adottata anche in Italia un’Authority che regoli la sperimentazione sugli
embrioni e sulle cellule staminali, come avviene in Gran Bretagna con la Human Fertilisation and
Embriology Authority (Hfea).
Nella nostra società la Cultura è un bene di primaria necessità. Per poter svolgere il suo compito di
pubblica utilità deve essere libera di provenire dalle più diverse realtà, offrendo le stesse
opportunità, senza distinzioni di età o di genere, accessibile a tutti, indipendentemente dal reddito.
La Cultura svolge un ruolo di primo piano nella risoluzione di molte problematiche sociali tramite
la sua insostituibile funzione educativa, di coesione e integrazione sociale. Inoltre, può essere
volano per sostenere la crescita economica, com’è accaduto in altri paesi, nei termini di formazione
e creazione di nuove professionalità, oltre che d’incremento dell’offerta turistica.
La Cultura deve essere rivolta a tutti i cittadini. In particolare deve garantire: il diritto per tutti ad
avere un’offerta di qualità dei servizi; la concreta possibilità, per coloro che vogliono offrire il
proprio lavoro in questo settore, di trovare nelle Istituzioni competenza e sostegno;
l’opportunità per tutti (anche per i non professionisti) di realizzare percorsi integrati di formazione
artistica.
In un’ottica di politica della sussidiarietà, l’offerta culturale deve essere guidata dalle Istituzioni non
nei contenuti, ma nella logistica, nei tempi e nei modi, favorendo la possibilità da parte di tutti di
fruizione degli eventi.
Bisogna allora: aumentare i finanziamenti, tenendo conto che ciò permetterà risparmi in altri ambiti
(disagio sociale, salute e benessere); trovare una soluzione al deficit provocato dal sostentamento di
alcune istituzioni, coinvolgendo maggiormente i privati e chiedendo una maggiore
defiscalizzazione; attribuire maggiore importanza alla competenza e professionalità degli operatori
in ambito pubblico; aiutare il panorama associativo già attivo sul territorio emiliano - romagnolo,
anche tramite una semplificazione della burocrazia e attraverso aiuti organizzativi e logistici;
promuovere un maggiore dialogo tra i vari settori delle arti e della cultura; curare maggiormente le
modalità di comunicazione; creare un coordinamento e un dialogo nel sistema culturale al fine di
permettere una reale sinergia con il settore turistico ; impegnarsi affinché, nei centri di piccole o
medie dimensioni, siano presenti operatori culturali (Bibliotecari e /o archivisti e/ o esperti di
musei) nelle diverse piante organiche degli Enti Locali e siano previsti nei bilanci appositi capitoli
dedicati alle spese correnti relative alla cultura; incrementare l’attività di conservazione e
valorizzazione del patrimonio storico e artistico.
5) Ambiente e territorio
La posizione di noi giovani socialisti sull’energia nucleare, in conformità con ciò che i cittadini
hanno deciso nell’ultimo referendum, è risolutamente contraria. Al grave problema della sicurezza
delle centrali nucleari si aggiunge la questione insolubile dello smaltimento delle scorie radioattive.
Pensate che alcuni pescatori nel lago Chorro de Agua Caliente nella provincia di Cordoba in
Argentina, vicino alla centrale nucleare di Embalse, hanno pescato recentemente un pesce
trioftalmico. E’ ormai noto che l’esposizione a radiazioni provoca mutazioni e sono noti i casi di
Chernobyl.
Gli enti pubblici (Comuni, Province, Regioni) dovrebbero essere consumatori modello delle risorse
ed “acquistare in verde”, in modo da “pubblicizzare” le proprie scelte al mercato privato e
all’industria, anche attraverso bandi e agevolazioni. Un approccio ecosostenibile dovrebbe essere
adottato principalmente per la gestione dei rifiuti e dell’energia, per l’alimentazione, il trasporto
pubblico, la tecnologia e l’edilizia, ma anche per i consumi di materiali più semplici, come la carta e
la cancelleria. Bisognerebbe, ad esempio, dotare gli uffici pubblici e le Università delle nuove
stampanti prive di toner e cartucce, oppure di quelle in grado di riutilizzare carta e inchiostro.
La pubblica amministrazione spesso getta nelle discariche computer funzionanti, il cui smaltimento
prevede un costo notevole. E’ necessario promuovere progetti come il “Trashwarecesena”, ideato
in modo sinergico da Università di Bologna, Hera, Comune di Cesena e da un’associazione
studentesca. Occorre, poi, promuovere ed incentivare il telelavoro.
E arriviamo, quindi, ad un tema ormai onnipresente nelle discussioni italiane: il dissesto
idrogeologico.
Il piano straordinario è stato varato due anni fa ma le risorse ad oggi disponibili permetteranno la
realizzazione solo di una parte di esso. Manca un controllo oggettivo del territorio atto a prevenire
disastri ambientali: si assiste, infatti, ad una continua cementificazione in aree non autorizzate e i
vari condoni legalizzano ciò che dovrebbe essere raso al suolo. Si dovrebbe chiedere una maggiore
tutela del territorio e un serio impegno per il rispetto delle leggi. Una misura da introdurre è senza
dubbio l’approvazione di decreti come quello varato dalla Regione Liguria il 20 Luglio 2010, che
porta la distanza minima di una costruzione dal fiume da 3 a 10 metri.
L’azienda statunitense Phoenix Commotion ha dimostrato che si possono costruire edifici moderni
e confortevoli, nonché di basso costo, con l’utilizzo di soli materiali riciclati. Proponiamo di portare
tale filosofia anche in Italia, patria dell’avanguardia architettonica.
Prendiamo, ad esempio, il ponte sul fiume Tweed in Scozia, il quale è stato costruito interamente in
materiale plastico riciclato e assemblato in loco in appena quattro giorni.
Bisogna aiutare finanziariamente e in modo non simbolico la costruzione delle case passive, come
quella totalmente in legno di Fagnano Olona (Varese), i cui consumi effettivi ammontano alla
modesta cifra di cento euro; è necessario, quindi, un maggiore sostegno anche per gli Atenei
interessati e per i giovani architetti.
Ovviamente non bisogna puntare solo sul nuovo ma anche sulle ristrutturazioni.
Considerando che l’ecoturismo è una realtà in costante espansione e che l’Emilia - Romagna
dovrebbe ritagliarsi uno spazio in questo settore, è utile proporre anche gare e finanziamenti per
rendere passive le strutture alberghiere, come avviene ,ad esempio, al Romantik Hotel Muottas
Muragl di Samedan, Svizzera, che produce il 105% di energia (la produzione è addirittura
superiore al consumo!).
Inoltre, bisogna aiutare la diffusione delle Vertical Farm, sia per creare oasi verdi nelle città che per
soddisfare la necessità crescente di alimenti biologici. Interessante da proporre è il Bosco Verticale,
un progetto italiano che prevede la riforestazione urbana mediante grattacieli sulla cui sommità si
trovano alberi da bosco.
Nelle città dell’Emilia - Romagna ci si muove spesso in bicicletta o a piedi e si potrebbe convertire
l’energia cinetica in energia elettrica. Sicuramente è un investimento oneroso, ma certamente meno
di altri poi abbandonati perché inidonei (vedi il CIVIS a Bologna).
Si potrebbe utilizzare il sistema PaveGen, costituito da lastre rivestite di gomma riciclata.
In Italia si corre il rischio di rendere ancora più difficili gli spostamenti dei pendolari che
usufruiscono del treno, che è un mezzo comunque ecologico. Per recuperare risorse, invece di
operare continui tagli, si potrebbero finanziare progetti di produzione energetica applicati al
trasporto ferroviario.
Ad esempio, in Svezia e in Francia, l’energia termica generata dal movimento dei treni arriva a
riscaldare interi edifici, in Israele sensori piezoelettrici, posti sulle traversine, trasformano in energia
elettrica la pressione esercitata dal treno, mentre negli USA verrà utilizzata persino l’energia di
frenata.
All’opposto, invece, i pendolari che viaggiano in treno nel Belpaese producono solamente anidride
carbonica!
Qualche provvedimento innovativo utile alla tutela dell’ambiente, anche se di minor valenza, è
stato preso, per fortuna, anche in Italia. Il 70% degli europei apprezza il nostro divieto all’uso delle
buste di plastica, in quanto più efficace del riciclo è la riduzione dei rifiuti prodotti. Collaborazioni
tra Comuni e supermercati, come avviene a Terni, potrebbero portare alla riduzione di imballaggi e
all’utilizzo di materiali totalmente riciclabili per gli stessi.
Ovviamente è sempre più necessario incrementare la raccolta dei rifiuti differenziati.
In molti paese esteri tali rifiuti infatti, dopo essere stati pesati, diventano moneta o buoni spendibili
nei supermercati.
Spesso, viaggiando nella nostra Italia, capita di trovare discariche a cielo aperto. Non è insolito, in
questi luoghi, imbattersi in rifiuti pericolosi come l’Eternit. I Sin, acronimo di Siti d’Interesse
Nazionale, cioè le aree del nostro Paese dove si ha un alto tasso di inquinamento del suolo, del
sottosuolo e delle acque superficiali sono sempre più numerosi, Greenpeace ne ha contati 57.
Il passo successivo è bonificare tali aree, ma in realtà l’unico strumento risolutivo è la prevenzione.
I cittadini dovrebbero chiedere la fine delle gestioni emergenziali e degli ipotetici condoni, un Piano
Nazionale di bonifica e risorse finanziarie certe, al fine di trasformare tali aree in possibilità
occupazionali.
Riguardo alla annosa questione degli inceneritori, noi giovani socialisti siamo favorevoli nel
potenziare le forme di energia rinnovabile, a patto che sia garantita la sostenibilità ambientale.
In questo senso, è senz’altro preferibile la realizzazione di piccole centrali a biomasse piuttosto che
di grandi impianti.
Per chiudere, vogliamo ricordare che l’Italia, con un milione di ettari coltivati e circa cinquantamila
imprese, è il Paese leader in Europa nella produzione biologica e nella produzione di prodotti tipici
(229 denominazioni di origine controllata e 4.606 specialità regionali censite). I Farmer’s Market, i
GAS (gruppi di acquisto solidale) e i mercatini bio hanno avuto nel 2010 un grosso successo:
bisogna favorire perciò, anche economicamente, l’espansione di tale settore, anche in ragione del
loro bassissimo impatto ambientale, in quanto la “filiera corta”, ovvero le materie prime trasportate
una sola volta, portano a risparmio di carburante e riduzione di CO2 in atmosfera.
Ci auguriamo, inoltre, che programmi di ricerca su alimentazione e salute continuino ad essere
finanziati, in modo da favorire stili di vita in grado di proteggere la collettività e l’ambiente.
| < Prec. | Succ. > |
|---|




